C'è un tipo di notte che arriva alla fine di giugno, quando il calore del giorno non se ne va con la luce. La stanza trattiene il caldo, le lenzuola sembrano più pesanti del solito e la mente, avvertendo che il sonno tarda ad arrivare, comincia a girare. Voltiamo il cuscino, apriamo una finestra e aspettiamo. Più ci sforziamo di addormentarci, più il riposo sembra allontanarsi.

In queste notti calde e inquiete ho scoperto che la cosa più utile non è inseguire il riposo, ma ammorbidirsi verso di esso. Resto immobile e lascio che il respiro si faccia lungo e lento, senza forzare nulla. Un conteggio gentile aiuta: inspirare per quattro tempi, lasciare che il respiro riposi un istante, ed espirare per sei. L'espirazione più lunga è il segnale silenzioso che il corpo stava aspettando, un modo per dire che stanotte non serve altro.

Quando il respiro si posa, porto l'attenzione ai bordi più freschi del corpo, i punti in cui l'aria ancora si muove: i polsi, le tempie, le piante dei piedi. Nominare il fresco, invece del caldo, cambia la trama della notte. Il calore è ancora lì, ma non è più l'unica cosa nella stanza. Non è un trucco per sconfiggere l'estate; è un modo di stare in buoni rapporti con essa.

Se il sonno mantiene comunque le distanze, lascio che vada bene anche questo. Riposare in silenzio nel buio, respirando piano, è già una forma di ristoro, anche quando non scivoliamo nel sonno. La notte è lunga, il caldo si attenuerà prima del mattino e non c'è nulla da risolvere da qui ad allora. L'estate ci chiede pochissimo: solo di sdraiarci, respirare e lasciare che il buio tiepido ci tenga per un poco.

In una notte calda la pratica non è inseguire il sonno, ma ammorbidirsi verso di esso e lasciare che il respiro lungo e lento faccia il resto.